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Le mutande rosa

È iniziato tutto da un paio di mutande rosa.

Avevo fatto l’errore di non guardare con attenzione i panni che avevo messo dentro la lavatrice. Nella biancheria intima si era intrufolata subdolamente una maglietta rossa che aveva, durante il lavaggio, perso il colore tinteggiando così i panni bianchi. Il risultato? Tutto il bucato di un rosa pallido slavato.

A quale donna non è mai accaduto, almeno una volta nella vita di sbagliare lavaggio?

Era un uomo buono, avevo sposato un uomo buono e lo era stato per ben 12 anni, aveva un buon lavoro con persone gentili, poi la ditta ha chiuso e lui aveva cercato un nuovo impiego e non trovandolo era finito a lavorare con suo padre e suo fratello in fabbrica come operaio.

Quella maledetta maglietta!

Lui quel mattino si era alzato alle 05:00, aveva aperto il cassetto e preso le mutande, le aveva indossate, tutta l’operazione al buio, aveva evitato di accendere la luce della camera da letto per non svegliarmi. Come potevo mai immaginare le conseguenze di quel lavaggio!

Durante il cambio turno, era andato nelle docce della fabbrica e lì, suo padre e suo fratello, avevano visto che le mutande erano rosa… era intollerabile che la moglie che aveva sposato non sapesse fare un bucato decente.

Non era accettabile che lui Uomo andasse in giro con le mutande di un colore da “femmina”.

Lui che era un uomo buono, aveva detto loro che non era così importante. Ed è stato lì, in quello strafottutissimo istante che hanno innescato, in quell’uomo buono che avevo sposato, il loro odio come l’erba gramigna che infetta un campo di grano.

Doveva dare una punizione a sua moglie, questo era l’argomento preferito di padre e fratello, Lei doveva imparare la lezione per non ripetere l’errore mai più

E per una lunga settimana avevano continuato a chiedere se aveva punito la moglie.

Purtroppo ad un successivo lavaggio, mia figlia aveva messo nella lavatrice il suo peluche, la sua paperotta gialla. Non me ne sono accorta, lei voleva emularmi nelle faccende. Non me ne sono accorta.

La papera aveva fatto un altro disastro, questa volta il bianco non era così immacolato ma aveva quella sfumatura giallastra che rende al bianco quella visione di sporco.

Ed è così che è iniziata… la sberla è arrivata come una tromba d’aria che spazza via il tetto di una casa.

Mi ricordo ancora i denti che sbattono tra loro e il cervello che mi si ribalta nella scatola cranica, tanto era arrivata forte.

In quella sberla c’era tutta la rabbia e la frustrazione che suo padre e suo fratello, avevano fatto montare come la panna. La sua famiglia! Quella da cui si era allontanato proprio perché erano maschilisti violenti.

Ed è così che ad ogni mio piccolo errore, le botte aumentavano di intensità e di durata, per poi fare “rapporto alla sua amata famiglia”.

Un pomeriggio rientro dalla farmacia, ero andata a ritirare le medicine per lui, apro la porta e la scena che vedo è lui che trona su mia figlia, di lei vedo solo i polpacci e i piedi allungati a terra.

Lui le urla che è una inetta come sua madre, che non sa fare nulla di buono se non disastri. Resto allibita per l’irruenza di parole schifose che escono dalla sua bocca, mentre urla schiumando come un cane rabbioso.

Poi si sposta e… vedo che ha la sua cintura dei pantaloni arrotolata alla mano destra, la fibbia è esposta verso l’esterno e mi si gela il sangue. 

Chiedo che cosa sta succedendo 

Lui si gira e nel farlo si sposta di lato ed io la vedo… Mio Dio… VEDO lei, mia figlia, schiacciata nell’angolo con la guancia squarciata dalla fibbia.

La vedo, mi guarda, ha gli occhi atterriti dalla paura.

La vedo. Vedo la sua bellezza spazzata via dalla  cinghia di quell’animale.

La vedo, ha perso la sua innocenza, è diventata una “donna maltrattata”.

Intollerabile

Inaccettabile

Mi si scatena la bestia, il demone dell’odio si impossessa di me

Ed io, nemmeno mi sono accorta che ho in mano un coltello, mi accorgo di tutto quando arriva la polizia.

In un attimo 3 vite spezzate, un anima morta ammazzata, un anima spezzata dalla violenza inaudita di chi dovrebbe proteggerti e un anima imprigionata per sempre nel senso di colpa, oltre alla prigione della galera.

Perché alla prima sberla non ho preso mia figlia e sono scappata lontana?

Un odio esagerato, instillato giorno dopo giorno. Il paio di mutande rosa erano una scusante. L’odio una volta seminato diventa un raccolto devastante, ed io e mia figlia eravamo a portata di cesta!

Scarlet/Atir H. Airam

Scarlet e la benedizione del dolore

Scarlet tenne duro per ben sei giorni, camminando con la gamba dolorante.

Alla fine dovette arrendersi e fermarsi.

All’inizio la considerò una sconfitta e dovette lavorare molto sull’accettazione e sull’arrendevolezza. Poi per lei iniziò una nuova visione del dolore. Il dolore richiede attenzione, è il mezzo che conduce verso la “dichiarazione di verità”.

La gamba destra è collegata al dovere e il cammino stava mettendo Scarlet di fronte al fatto di essere oberata: in famiglia, al lavoro, nelle amicizie, nelle relazioni personali e in quelle interpersonali. Le fu subito chiaro che il lavoro sul dovere sarebbe stato impegnativo e che, per fare pulizia dei carichi, fosse prima di tutto necessario “VEDERLI”. Quale migliore strumento, allora, se non il proprio corpo?

Fuori intanto diluviava, il vento era terribile e Scarlet stava facendo colazione al caldo. In fondo, il blocco le consentiva di risparmiarsi qualche disagio.

Pensò agli altri pellegrini già ripartiti, a Francisco sotto quel torrente di acqua piovana e un pensiero di sostegno amorevole andò dritto a lui.

Ringraziò il suo secondo amico Coreano – ritrovato nello stesso Albergue la sera precedente -, andato a salutarla regalandole un caloroso abbraccio, prima di rimettersi in viaggio. Sia con HongJune, sia con HongEugene, Scarlet scambiava saluti come se fosse l’ultima volta e, quando puntualmente si rincontravano, erano nuovi abbracci, sorrisi luminosi e felicità di ritrovarsi.

La nuova giornata fu strana. Negli ultimi trenta giorni la realtà di Scarlet era stata più o meno sempre la stessa: camminare per chilometri con freddo, acqua, neve e sole, arrivare in Albergue, smontare lo zaino, fare la doccia, lavare gli indumenti, fare la spesa pensando sia alla cena sia alla colazione e al pranzo dell’indomani, coricarsi, alzarsi, preparare lo zaino e ripartire. Il medesimo rituale per un mese, ora interrotto per via del fermo obbligato.

Durante l’immobilità, Scarlet realizzò che a breve il viaggio sarebbe terminato, così come il camminare.

Presto sarebbe tornata a una realtà che non desiderava affatto.

Più i giorni passavano e più Scarlet si chiedeva cos’altro quel dolore resistente agli antidolorifici volesse metterle in evidenza. Proprio durante l’ennesima notte insonne in camerata, fu in grado di comprendere qualcosa che non era ancora riuscita a dichiararsi: il cammino dell’esistenza era ciò che lei poteva realizzare quotidianamente senza aspettative, affidandosi alla vita e alle mani del Creatore, in cui riponeva una fede incrollabile. Così, sulla montagna della Galizia, di fronte alla vastità di Madre Terra, Scarlet si inginocchiò sulla gamba dolorante e disse:

“Scelgo di inginocchiarmi di fronte a te, Madre Terra, non per dovere ma per il rispetto e il piacere di essere una tua creatura. Mi inginocchio sotto di te, Padre Cielo, non per dovere ma per il rispetto della tua immensa creazione. Chiedo a voi, Madre Terra e Padre Cielo, la benedizione da ora e per sempre”.

Scarlet optò per un diverso modo di percorrere gli ultimi chilometri sino a Santiago.

“Il cammino è ciò che si sceglie di fare per il proprio massimo bene” pensò, non sapendo ancora che proprio questo l’avrebbe portata al raggiungimento del suo intento.

Era partita per raggiungere San Giacomo con un desiderio spirituale ed era cosciente di sentirsi una piccola formica di fronte all’immensità di una vita il cui destino era già scritto e non modificabile.

La scelta era fidarsi, affidarsi e avere fede!

Honnam Atir Airam

Il compleanno di Scarlet

Scarlet si destò con il solito dolore alla tibia, presente ormai da oltre tre giorni. A svegliarla, la vibrazione del suo cellulare, più persistente del solito. Questo perché tutti, quella mattina, le stavano mandando messaggi di buon compleanno.

Molti amici erano preoccupati per la sua scelta di partire; quelli più intimi e sinceri la sostenevano da quando Scarlet aveva comunicato l’idea e continuavano a farlo, qualcun altro la considerava una scellerata senza però dirglielo di persona.

Persone che non sapevano della sua decisione avventurosa le chiesero come avrebbe trascorso la giornata. Scarlet raccontò con serenità dove si trovava. A una conoscente rispose:

«Spero di arrivare a Ponferrada. Sono 27 chilometri, ma con questo tempaccio dubito di farcela.»

«Ponferrada? E dove si trova?»

Scarlet le spiegò in breve, non aspettandosi il fiume di domande rabbiose che ne seguì:

«Ma che stranezza stai facendo, stavolta? Non puoi festeggiare il tuo compleanno come una persona normale? Quando accetterai che sei una donna ormai vicino ai 60 anni e ti comporti come tale?»

Scarlet ci rimase molto male, oltretutto compiva 56 anni e non 60. Durante il tragitto pensò seriamente a ciò che si era sentita dire.

Il vento soffiava forte, nevicava – e chi se l’aspettava la neve ad aprile a Fontebadòn? – i passi erano rallentati dalle forti raffiche, il viso e le mani erano congelati dai fiocchi ghiacciati che arrivavano spediti e pungenti come milioni di spilli. I piedi erano ormai bagnati sino alle caviglie. Scarlet immaginò casa propria, una torta alla crema chantilly, lo spumante, gli amici e la festa. Al solo pensiero si bloccò per i brividi, certo non causati dalla nevicata.

Sulle sue spalle c’erano 56 primavere, un grande bagaglio carico di esperienze sia positive sia negative, ma c’era anche la voglia ancora di scoprire nuove cose, di conoscere e di sperimentare. Scarlet sperava tanto che il buon Dio le desse ancora molte primavere da festeggiare.

Per questo motivo quel compleanno avveniva in mezzo all’inaspettata neve del mese di aprile, al silenzio e al vento, ai molti passi, al freddo, agli altri pellegrini e… all’immensità della presenza divina in ogni cosa.

Scarlet aveva le mani rovinate dal sole e dal gelo, i capelli sfibrati e spenti e il fitto dolore alla gamba. E proprio in quella condizione, il “momento perfetto” si ripresentò così come era accaduto giorni prima (sembrava fossero passati anni). Nulla al mondo valeva tanto oro quanto quei brevi attimi perfetti.

Stanca, infreddolita e sofferente, Scarlet si fermò molto prima della tappa che doveva percorrere. Come un’impeccabile materializzazione, Francisco giunse nello stesso paese di montagna e lì Scarlet ricevette un regalo di compleanno molto prezioso. Considerò che si danno per scontati i regali di compleanno o le feste e dovette rivedere anche questo fatto come un nuovo punto di osservazione. Francisco aveva tenuto a mente che lei doveva trovarsi nei pressi di Leòn proprio per quella ricorrenza e aveva chiesto a ogni persona di nazionalità diversa incontrata sul cammino di scriverle gli auguri nella propria lingua madre, accompagnando poi i biglietti con un ciondolo di quarzo ialino. Scarlet pianse tanto di gioia. Era davvero un bellissimo dono perché Francisco aveva fatto in modo, senza che lei se ne accorgesse, di conoscere e parlare con altri pellegrini affinché le scrivessero gli auguri.

Quel bellissimo gesto le fece mettere in discussione in modo ancora più profondo il vero senso della vita, le cose importanti.

Al momento di partire, il giorno successivo, Scarlet prese coscienza che quel pellegrinaggio la stava arricchendo molto di più di quanto si era immaginata. Stava imparando a camminare (sia durante il percorso, sia nella vita), perché il dolore alla tibia la rendeva consapevole di star appoggiando male il piede.

Ricordò per un attimo la conversazione avuta il giorno prima, ripensò alla sua conoscente e con tanto amore la benedisse per la sua ignoranza e comodità, staccandosi a propria volta completamente da tutto il mondo delle “zone di comfort.”

Ah, che meraviglia la bellezza della vita con dentro la presenza di Dio!

Qualsiasi cosa l’attendesse, Scarlet era pronta. Sapeva bene che la stanchezza e la sensibilità erano amplificate dall’esperienza con la natura e a volte temeva di non farcela.

Fece le sue solite invocazioni, chiese la benedizione a Dio e ripartì.

Honnam Atir Airam

Scarlet e “l’iniziazione”

Ancora una fredda mattina di vento e lo zaino pesava molto più del solito.

I chili erano gli stessi, Scarlet lo sapeva bene, come sapeva che la sensazione di quella zavorra aveva di sicuro a che fare con la pesantezza della vita e delle situazioni. “Un altro bel processo, insomma.” Pensò.

Di fatto, Scarlet stava percorrendo il tratto più impegnativo sino ad allora intrapreso. Ripensò a Colouis, il brasiliano di 78 anni, calzoncini corti, maglietta e gilet, arrivato all’albergue di Shungùn dopo aver coperto 38,5 chilometri in media al giorno. Una bella persona, le era piaciuto subito, con quel sorriso e la familiarità con cui le aveva raccontato la sua storia. Colouis aveva lasciato a casa la moglie di 60 anni perché lei non ama camminare -.e, soprattutto, ha paura di volare -, oltre a due bellissimi figli maschi (le aveva mostrato le foto sul cellulare) e alcuni nipoti. Voleva fare l’esperienza del Cammino di Santiago per perdere 10 chili e non si aspettava certo che il tragitto diventasse un cammino di vita spirituale. Quel confronto rinfrancò Scarlet (visto il processo avuto durante il giorno sul senso dell’esistenza), e fu con quel pensiero che lei si accinse a porre nuovi e pesanti passi sul terreno.

Nei due giorni seguenti il freddo e il vento furono costanti. Purtroppo il riscaldamento era chiuso anche negli ultimi “Albergue” e Scarlet si ritrovò a camminare con la febbre, non riuscendo a scaldare il corpo né di giorno né di sera. Durante la notte sognò una sciamana che le parlò di una nuova iniziazione. Sognò il nonno e il relativo figlio, un uomo bellissimo morto a soli 38 anni. “Chissà per quale motivo le iniziazioni avvengono sempre in stati alterati febbrili.” Scarlet si ritrovò a pensare. Ogni personaggio le diede un messaggio importante ma, purtroppo, al risveglio, non vi era ricordo di quanto le era stato dichiarato.

La partenza, quella mattina, fu davvero difficile. Lo zaino pesava 300 chilogrammi sulle ossa di Scarlet, a ogni passo le sembrava di sollevare un macigno al posto della gamba e i dolori erano ovunque. Durante la marcia – tale sembrava il cammino in quella giornata fredda – mentre la fatica aumentava, Scarlet vide comparire davanti a sé l’immagine di Pietro, il nonno materno, “un vero camminatore”. All’epoca l’unico mezzo di trasporto del nonno erano le gambe; nato nel 1911, aveva attraversato montagne e regioni, aveva vissuto la prima guerra mondiale, era stato prigioniero durante la seconda ed era sopravvissuto mangiando le bucce crude delle patate scartate dai tedeschi nel campo di concentramento. La sua presenza aveva risvegliato in lei i racconti ascoltati quando era piccola e Scarlet poté persino rivedere le lacrime versate dal nonno nel raccontarle di quanta fame e freddo avesse patito.

Scarlet camminava in una specie di trance lucida. Era consapevole di dove fosse e di cosa stesse facendo e sapeva altrettanto bene che non era possibile vedere persone ormai non più in vita. Di fatto però le vedeva e, lungo il tratto di strada, uno alla volta, arrivarono tutti. La sciamana le chiese cosa avesse deciso di fare e le diede un codice con un Cohan da risolvere. Arrivò lo zio, bellissimo come allora; disse a Scarlet di stimarla e di desiderare di poterla abbracciare e lasciarsi andare nell’abbraccio. Scarlet proseguì, con la sensazione di sentirsi trasportata da qualcosa di invisibile. Nonno Pietro le era continuamente accanto; ne accarezzò volentieri l’immagine, mentre le lacrime uscivano dai suoi occhi come un fiume in piena. 

Vedere le persone amate aveva dato a Scarlet la forza di proseguire. Restava la tristezza data dalla consapevolezza che si trattasse di visioni anche se, per pochi istanti, i suoi cari erano tornati in vita, per lei. Considerò di essere una donna fortunata, nata in un bel periodo, dove la gentilezza, il rispetto e cortesia erano la base della vita; aveva avuto amore, gioia, insegnamenti importanti. Allora non li aveva compresi, essendo una bambina, ma adesso le erano preziosi.

In tutti i 26 chilometri precorsi nel delirio dalla febbre Scarlet ebbe anche modo di realizzare quali fossero le cose importanti per lei. Negli ultimi tempi aveva seguito i sogni e gli obiettivi di qualcun altro, perdendo la sua vera strada. Questo incedere attraverso i diversi paesaggi e le varie problematiche fisiche, questo incontrare sia belle persone, sia furbacchioni che volevano soltanto ingrassare le proprie tasche, stava generando una messa in discussione generale, con relative nuove scelte.

Scarlet giunse dunque a Leòn, dove finalmente trovò un Albergue con riscaldamento acceso. Poteva riprendersi per poi ripartire. Cosa avrebbe portato, di nuovo, il suo viaggiare? Avrebbe dovuto attendere l’indomani per scoprirlo. Ora, poteva pensare a riposare al caldo!

Honnam Atir Airam

Scarlet e una nuova realtà.

Dopo essersi fermata due giorni a Burgos per far riposare i piedi, Scarlet riprese il cammino cercando le indicazioni della conchiglia gialla per uscire dalla grande città. Il segno la portò fino al parco, lo stesso parco da cui era partita 15 anni or sono; al ritorno da quel pellegrinaggio, era seguito un “avvelenamento da Nichel” che le aveva pesantemente invalidato 7 anni di vita.

Dopo le solite invocazioni prima della partenza, Scarlet decise di attraversare il parco e di fare un rituale:

“Lascio qui i miei ultimi 15 anni di sofferenza e di avvelenamento sia da Nichel, sia da situazioni e persone. Oggi, 29.03.2019, in questo luogo, riparte la nuova me, mi riapproprio della mia identità e del valore di ciò che sono davvero.”

Scarlet riprese il viaggio ben consapevole che “i processi” legati alla sua dichiarazione avrebbero richiesto impegno, consapevolezza, presenza e tanta buona volontà per non ricadere nel dolore o commiserazione.

Attraversò quel primo tratto, da Burgos ad Hornillos del Camino, quasi in trance, senza nemmeno rendersi conto di aver percorso 20 chilometri in poche ore. Decise che al traguardo della giornata si sarebbe preparata un piatto di pasta all’italiana; aveva raccolto dei broccoletti selvatici nei campi prima di Burgos, doveva soltanto trovare un Albergue attrezzato. Coì accadde e Scarlet cucinò per se stessa, Francisco – che era giunto nel suo stesso Albergue – e uno dei ragazzi Coreani con cui era rimasta rinchiusa ad Azofra. In fondo ci si ritrova sempre durante il cammino – pensò -, si diventa amici poiché si condividono la stessa fatica, gioia ed emozioni.

Scarlet si svegliò varie volte durante la notte. Alle 05:55 a.m. si alzò per andare in bagno e accese il cellulare per illuminare i propri passi senza destare i pellegrini intenti a dormire. Una volta arrivata in toilette, cercò su internet il messaggio numerico degli angeli. La scritta riportava “un forte cambiamento in atto per me”, né buono, né cattivo, solamente un cambiamento, e come tale incitava a essere colto nella sua pienezza.

Durante il primo tratto delle “mesetas” da Hornillos del Camino a Castrojeritz, Scarlet aveva davanti agli occhi soltanto interminabili campi; mietuti nel mese di Agosto, ora erano immense distese verdi su terreno inaridito da settimane intere senza una goccia di pioggia. L’andatura era veloce malgrado il dolore ai talloni, il canto degli uccelli accompagnava il suo procedere da oltre due ore e, a un certo, punto Scarlet dovette ridurre la velocità poiché il terreno era scosceso e cosparso di sassi. Nel farlo, sentì un brusio che avanzava sempre più forte. Dovette rallentare notevolmente per non disturbare quel movimento, quella perfezione della natura; inoltre, era il corpo stesso a sollecitarle un passo felpato.

E fu così che Scarlet vide al proprio fianco sinistro un cespuglio di fiori bianchi con sopra un intenso e frenetico svolazzare di api. Fu un attimo, un soffio delicato e si ritrovò ovattata all’interno di quell’opera naturale. Si sentì vibrare in ogni singolo millimetro di pelle, ogni senso era in completa espansione, era come sentire la sincronia di tutte quelle api, era come essere “una di loro”, i piedi fluttuavano sul terreno tanto l’incedere era lento e silenzioso. Era “Il” momento perfetto, un momento divino, un atto magico che lei definì “Il mio momento magico divino perfetto”; un’esperienza talmente forte e potente da commuoverla.

Ciononostante Scarlet non si fermò, perché si trattava di uno di quei rari attimi che se cerchi di fermarli perdono tutta la loro potenza. Così ringraziò la Vita, ringraziò Dio e proseguì il viaggio con la consapevolezza di “aver definitivamente cambiato pelle”. Un processo iniziato a Burgos e conclusosi con quel maestoso momento magico.

È il cammino Alchemico; di fatto è un alchimia del tempo sull’anima. È un cammino di grande connessione con madre terra e di benedizione del Padre cielo. Scarlet aveva preso la giusta decisione nell’essere partita per ritrovare se stessa e, per ora, aveva trovato molto più di quel che si aspettava.

Al momento della cena nell’Albergue di Castrojeritz Scarlet decise di preparare una pasta alla Carbonara e si ritrovò a cucinare per un gruppo di persone tanto diverse tra loro. I Coreani apprezzarono incredibilmente il piatto e la filmarono durante la preparazione. Lungo il percorso, nei giorni a seguire, si sarebbe sentita chiamare “Scarlet Carbonara”. Quella sera andò a letto colma di gioia e di pienezza per quella giornata perfetta in ogni istante di cui, più di tutti, portava nel cuore quel magico e divino attimo. Aveva il volto illuminato da un gran sorriso, ancora ignara del regalo più bello in arrivo il giorno successivo!

La partenza per incontrare le “mesetas” fu molto fredda, le temperature davano 1 grado. La salita era un lungo serpente con un dislivello impegnativo e Scarlet lo affrontò di buona lena per potersi scaldare quanto prima. Per tutto il tempo il suo incedere fu di un buon passo veloce, e ne rimase sorpresa. Anche lo zaino di 8kg non pesava quanto gli altri giorni. Scarlet era consapevole dell’andatura anomala, ma capiva bene che qualcos’altro la stava attraendo, un incontro con il destino, nonostante non fosse ancora chiaro di cosa si trattasse. Affrontò le tappe seguenti con energia e determinazione, rimanendo centrata su ciò che sentiva, mentre i processi emotivi si susseguivano incessantemente. La vita ordinaria era lontana millenni, il senso del tempo si perdeva.

Quella mattina Scarlet si era alzata presto per affrontare la lunga tappa che l’avrebbe portata a Sahagùn. Permaneva la sensazione di un appuntamento importante, il freddo le penetrava le ossa, il vento la spingeva da parte a parte, e lei si ritrovò a pensare a tutte le persone che aveva conosciuto, a come la notte precedente ci fosse stato un mondo nella stessa camerata – spagnoli, coreani, austriaci, italiani, addirittura australiani – e di come TUTTI erano stati al telefono anziché dividere esperienze o emozioni. In quel mentre, arrivò una visione che le piegò le ginocchia, il dolore le attraversò il cuore e i singhiozzi le tolsero il fiato. Scarlet aveva intrapreso quel cammino per ritrovare se stessa, la connessione con Madre Terra e con il Creatore e, per tutti i 370 chilometri percorsi, la condivisione con gli altri era stata soltanto una sua pura illusione, eccetto la cena con i coreani, un vero momento di allegria e di famiglia.

La visione di Scarlet era di un pellegrinaggio con Gesù che diffondeva la sua parola e la gioia. Quel senso di pellegrinaggio era andato perso. Le persone volevano dimostrare le loro prestazioni, con il cellulare sempre in mano e nessun vero contatto umano.

Scarlet pianse tanto mentre era in ginocchio in mezzo al nulla, pianse perché quell’immagine la riportò a ognuno dei piccoli processi trasformati nei giorni precedenti, tutti connessi alla questione fondamentale di quel giorno: qual era davvero il senso della vita?

Era iniziato il reale percorso interiore.

In un giorno di aprile, in soli 24 chilometri, Scarlet sperimentò una visione mistica profonda, il grande quesito della vita, il freddo e la grandine, una giornata perfetta tanto quanto il momento magico sperimentato giorni prima, che ora sembrava accaduto secoli prima. Ricordò a se stessa che non esisteva ieri né domani, ma solo ed esclusivamente il qui e ora, l’eterno adesso! Ancora una volta si ritrovò a ringraziare: grazie Vita/Dio!

Honnam Atir Airam